Do I contradict myself? Very well, then I contradict myself.
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Oggi sono stato al cinema Bicocca Village Europlex 18 sale. Un luogo post industriale, post moderno, post globale, post tutto. Lì dove prima c’era la Breda e ora ci sono gli Arcimboldi, l'università e le architetture estreme. Un colosso in vetrocemento che odora di nuovo, di Pirelli, di plastica e di futuro. E ho visto una famiglia povera italiana. Da quanto tempo non ne vedete una? La famiglia povera è composta da mamma, papà, bambina di 13 anni, ragazzino sui 15 e zio quarantacinquenne. I membri della F.P. sono tutti obesi, tranne lo zio che è basso e magrissimo. Hanno la carnagione scura e i capelli sporchi. I loro vestiti sono fuori moda e luridi. Come se, da nudi, si fossero cosparsi di colla e gettati in un cassonetto della Caritas portandosi via quello che rimaneva attaccato. Parlano solo in strettissimo dialetto campano-lucano. La bambina ha un fazzoletto a fiori in testa, la madre ha i pantaloni della tuta di felpa, rossi molli e lisi sull’enorme culo budinoso e le finte superga bianco sporco. Lo zio indossa un piumino nero che perde le piume, jeans marroni modello bambino che gli arrivano sopra le caviglie, mocassini con frange, berretto da camallo arancione e barba grigia incolta sulle guance scavate olivastre. Puzza di fumo. Ora, per capirci, se sei ricco la barba incolta fa figo, se sei lo zio della famiglia povera fa povero, e se fumi il fumo ti rimane addosso. La famiglia povera si è concessa un cinema il giorno di santo Stefano: “Eccheccazzo, ci vanno tutti!” ha detto il papà con una botta di dignità contando i soldi sul tavolo da pranzo di formica. Giubilo dei bambini ciccioni che per la gioia hanno fatto 15 volte di corsa il giro dell’appartamento (32 mq calpestabili). Ora, al cinema, il mio amico e io ci riempiamo un sacchetto di caramelle molli gommose chimiche. Non ne abbiamo veramente voglia, ma il film inizia tra mezz’ora e abbiamo già il biglietto. Poi andiamo alla cassa a pagare 3,70 euro di dolciumi più due coche medie. La cassiera è occupata, sta spiegando alla bambina della F.P. (la quale non dovrebbe mangiare porcherie, visto che è già obesa) che prima si prendono le caramelle, poi si pesano e, a seconda di quante sono, si paga. La bambina le fa vedere una moneta e insiste: “ma io ho solo due euro!”. Il fratello, che la accompagna, scuote la testa e dice: “Siamo proprio dei morti di fame”. La cassiera si gira verso di noi: “Iniziate a pagare voi, ragazzi, se aspettiamo ‘sti storditi…”. Mi sta venendo il magone, non ero venuto qui a vedere un film neorealista. Prima di entrare in sala io e il mio amico passiamo dalla toilette. Fregandosene di Sirchia e del divieto vigente in tutto il multisala, lo zio della famiglia povera e il nipote quindicenne si spipazzano in fretta due MS davanti agli orinatoi.
Alla fine di questo post farete buuh e mi darete del banalotto sentimentale. Pazienza.
Non mi fido di chi si vanta di amare animali e piante più delle persone. Però oggi, se si passa da via Paleocapa, nel centro di Milano, a due passi dal parco Sempione, è difficile che non venga un po’ di magùn. Qui sostano le corriere che portano in città i pendolari. A motore acceso, sostano. L’estate scorsa gli alberi ai lati della via hanno iniziato a mostrare i primi segni di sfinimento da diesel. Oggi è arrivata una squadra di giardinieri, hanno le salopette dello stesso colore dei camici da chirurgo. Potano gli alberi, quelli ormai spacciati li abbattono. Dal balconcino dove si esce a fumare, al settimo piano della megaditta, vedo i mozziconi gialli dei tronchi spuntare dalle aiuole di un metro per un metro scavate nel marciapiede. Al posto delle piante segate ne mettono delle altre, più giovani e disponibili a farsi gasare per i prossimi dieci anni. Normalmente giudico la paccottiglia degli indiani d’America una gran fuffa per fricchettoni, ma controvoglia mi contraddico. Ripenso a un brano che ho letto di recente. Il capo indiano Seattle è stato uno degli ultimi portavoce del Paleolitico. All’incirca nel 1852 il governo americano chiese di comprare le terre delle tribù indiane per i nuovi abitanti degli U.S.A. e Seattle scrisse una meravigliosa lettera di risposta. Eccone due stralci:
“Il Presidente Washington fa sapere che vuole comprare la nostra terra. Ma come puoi comprare o vendere il cielo? E la terra? L'idea ci sembra strana. Se noi non possediamo la freschezza dell'aria e la luminosità dell'acqua, come possiamo comprarle? Ogni parte di questa terra e' sacra per la mia gente. Ogni ago di pino luccicante, ogni costa sabbiosa, ogni vapore delle foreste, ogni prato e ogni insetto ronzante sono sacri nel ricordo e nell'esperienza della mia gente. Noi conosciamo la linfa che scorre negli alberi come conosciamo il sangue che scorre nelle nostre vene”
…
“Se noi vi vendiamo la nostra terra ricordatevi che l’aria ci è preziosa, che l’aria ha il suo spirito in comune con tutta la vita che essa contiene. Il vento che ha dato il primo respiro al nostro avo ha ricevuto anche il suo ultimo sospiro. Il vento ha dato ai nostri figli lo spirito della vita. Se noi vi vendiamo la nostra terra, voi dovete proteggerla a venerarla come un luogo dove l’uomo può andare ad assaggiare il sapore del vento reso più dolce dal profumo dei prati.”
Assaggialo te, il sapore del vento in via Paleocapa.
Ho passato tutto il sabato a montare delle mensole svedesi a casa di Macubu, la sera un amico è venuto a cena e abbiamo preparato tortillas messicane, digerite grazie a un buon caffè brasiliano corretto con grappa friulana e seguito da qualche sigaretta con un marchio della Virginia. Domenica, un bel giro nel nuovo negozio di design giapponese nella via di Milano intitolata alla capitale Argentina. Ho fatto merenda con una crepe francese farcita di crema alle nocciole piemontese e accompagnata da un tè English Breakfast. In metrò un signore uscito dalla fiera dell’artigianato portava sottobraccio una maschera africana e si sporcava mangiando un cannolo siciliano, stando attento a non far cadere lo shopper di una panetteria altoatesina dal quale spuntavano due bottiglie di vino cileno. Ho concluso la serata con un film jugoslavo su Raisat Cinema. Oggi, dopo una sana colazione annaffiata con succo di frutta tedesco, sono venuto in ufficio a lavorare sul mio computer disegnato in California e prodotto in Cina, poi mi hanno trascinato al sushi bar giapponese, c'era anche la mia collega coreana, sì, quella che lavora con lo spagnolo. Pomeriggio ho avuto anche un attimo di tempo per verificare, su un sito sudafricano, che in effetti non mi posso permettere delle vacanze in Botswana. Così mi sono consolato con un biscottino cecoslovacco che una collega mi ha portato in regalo da Praga. Da domani, autarchia.
Il Sellaronda, sciare in cerchio intorno al gruppo Sella in mezzo alle Dolomiti. Selva Gardena, Passo Sella, Passo Pordoi, Arabba, Passo Campolongo, Corvara, Passo Gardena, Selva Gardena. Tra la Val Gardena, la Val di Fassa e l’alta Badia. Con il cielo talmente blu da essere nero, neve fresca e farinosa sul Sasslong e il sole che quando ti fermi a mangiare (canederli, speck, goulash e polenta) rimani solo col golfino.
Alle quattro del pomeriggio paghi 16 euro e ti tuffi nel Mar Dolomiti, sauna, piscine e terme a Ortisei. Bagno turco balsamico, idromassaggio, sauna finlandese, tepidarium con musica e letti ad acqua. E Kelo Sauna: cioè entri in una baita insieme ad altre trenta persone ignude come vermi. Il caposauna butta acqua sul braciere e fa salire la temperatura fino a all’improbabile. Poi inizia a sventolare un asciugamano scagliandoti addosso camionate di aria rovente. E sotto,ancora acqua. Anche se è pieno di crucche strepitose vestite solo della propria pelle, il tuo pistolino non ha la minima reazione perché è troppo occupato a lessarsi. 12 minuti. Poi, un attimo prima che la saliva in bocca raggiunga il punto di ebollizione, proprio quando inizi a considerare la morte con benevolenza, l’aguzzino si ferma e apre la porta. Tutti fuori, sempre nudi e fumanti, nella neve. Ci vogliono venti minuti all’aperto a meno 5 prima di cominciare ad avvertire un po’ di freschino. Ti senti un dio del walalla.
La sera, infatuarti banalmente e perdutamente della barista del caffè Adler di Ortisei che “dietro il banco mescolava birra chiara e Seven Up” come nella canzone di Guccini, andartene prima di chiederle pateticamente “non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia?” come nella canzone di Guccini. Ma, a differenza della canzone di Guccini, ritrovartela nel bar successivo, che lei frequenta dopo aver chiuso il proprio, e in quello dopo ancora. Praticamente non la perdi d’occhio dalle 10 di sera alle 3 di notte. Ah…. forse è Amore. Le scriverò: “Barista Bella, C/O Caffè Adler, Ortisei, BZ”. Qualcuno la conosce?
Milano è senza fiumi e si inventa i navigli. E’ senza laghi e si inventa l’idroscalo. E’ senza mare e si inventa il Lido di Piazzale Lotto (dove, negli anni 30, c’era la sabbia e anche una macchina per le onde) e poi la spiaggia all’Arco della Pace. E’ senza montagne e nel Parco Sempione ti mettono la pista da sci sintetica, la grande baita di abete, il pattinaggio su ghiaccio, i panini salamella e cipolla e il vinbrulé. Dice: si ma è kitsch, dice: sì ma è finto, dice: sì ma fa tristezza. E invece a me questo inventarsi la geografia che non c’è e costruirla con il Lego mi sta simpatico. E tra un’ora son già lì con salamella, birra e strüdel tirolese.
A proposito, un libro che mi è piaciuto: Milano non è Milano. Di Aldo Nove, Edizioni Laterza (Contromano).
Ieri giornata dell’AIDS. Alla sciura della reception è caduto un dente. Per mezz’ora ha emanato nell’ultrasuono lamentandosi e facendo venire voglia a tutti di spaccargli anche gli altri. Stanotte ho sognato che mi cadeva un canino. Dicono che sia il sogno peggiore possibile, che profetizzi disgrazie inenarrabili. Ieri, a pranzo, con i colleghi/amici, la mia compagnuccia di stanza e lavoro rilevava che non facciamo più i pranzi di una volta, siamo ombrosi, irritabili, cupi, contagiati da un clima globale che, diceva la mia socia, “non va”. I cinema e gli schermi della TV sono pieni di fantasia e fantascienza, di donni darki, incredibili, uomini senza sonni, heroes, capitani futuri, Giuliano Ferrara alle ottoemmezzo era alle prese con un regista di documentari ucraino che si ostinava a voler parlare in italiano dicendo cose tipo “tu mi fai buona duomanda, ma io vuoglio dirti che pienso che ucraina, immenso paese variegata puovertà non essere buona influenza di Russia, come favola di maiale, tu sai favola di maiale raccuontata di contadino ucraino che nuon era vuero contadino ma puoeta. Chi può mettere sua muano su fuoco?” Imbarazzante. Poi dopo c’era Angels in America, Emma Thompson che fa l’angelo con ali e tutto, si tromba con le sue 8 vagine un omosessuale malato di AIDS e gli dice che Dio, contagiato dalla smania di muoversi dell’umanità, è partito per un viaggio mollando i bianchi pennuti ermafroditi nel pallosissimo paradiso immobile. Macubu dall’Algeria mi manda un messaggino (cortocircuito: sms+Algeria+amico+madrigali del ‘400): “qui fa caldo, sembra estate”. Su Grazia (!) leggo che tra le cause più comuni del singhiozzo, ci sono l'ictus e la trombosi al cervello. Sono un po’ confuso, domani sera me ne vado a sciare per quattro giorni. Ma voi non siete confusi? uaccminà!
Reliquia: nella tradizione cristiana, ogni resto del corpo o anche ogni oggetto che è o si presume appartenuto o connesso a una persona venerata come santa.
Ora, secondo te, a voler pensare a delle reliquie del nostro tempo, quali sarebbero i pezzi più quotati? Ad esempio:
Il mozzicone dell’ultima canna di Bob Marley?
L’ultimo sigaro fumato da Che Guevara? O uno di quelli mai fumati da Bill Clinton?
La pallottola che ha attraversato la testa di Kennedy?
La kefia di Arafat?
La sciarpa di Fellini?
La mano di Bruce Lee?
Le corde vocali di Maria Callas?
Il cervello di Einstein (che tra l’altro, in effetti, ha tutta una sua storia ed è conservato sotto formalina in qualche laboratorio U.S.A.)?
Oppure? Oggi, nel 2005, quale oggetto avrebbe più chance di elevarsi oltre lo status di semplice feticcio ed essere promosso a quello di venerabile reliquia?
Per gli amici pubblicitarioni: non è un brainstorming a tradimento a scopo campagna.
Week end come autunno comanda. Su Sky mi guardo La Decima Vittima, regia di Elio Petri, 1965. Sceneggiatura di Tonino Guerra ed Ennio Flaiano. Stranissimo film dalla trama che sembra scritta ieri. In un futuro imprecisato, la violenza viene riconosciuta come elemento innato e immodificabile di alcuni esseri umani. Così, i governi di tutto il mondo decidono di istituire, come valvola di sfogo, La Grande Caccia. Un calcolatore, a Ginevra, sorteggia e abbina una Vittima e un Cacciatore tra tutti gli iscritti alla Big Hunt. Il cacciatore deve rintracciare e fare fuori la sua vittima. Quest'ultima, che sa di essere inseguita, può difendersi soltanto eliminando a sua volta il cacciatore. Un inedito Marcello Mastroianni biondo ossigenato nel ruolo della preda e Ursula "Bomba di Sesso" Andress in quello della cacciatrice. Soundtrack patinata, ritmo, fantascienza cialtrona e una pioggia di trovate geniali. Marcello a un certo punto si accorda con uno sponsor per trasformare il momento in cui ucciderà Ursula in uno spot pubblicitario. Allora, mentre il coccodrillo nascosto in piscina la sbrana, io guardo in macchina e dico: "Con Cola '80 vinci sempre".
Su "The Machurian Candidate" di Jonathan Demme dico che si può guardare, ma è un po' sprecato. I temi sul tappeto sono tanti, forse troppi: la politica americana sotto elezioni, con la necessità di avere un candidato che "armi" il partito democratico per rassicurare il Paese terrorizzato dopo l'11 settembre, un po' alla Pakula; la sindrome del veterano, un po' alla Cimino; l'analisi delle morbosità nei rapporti madre/figlio, un po' alla Cronenberg; i vincoli inscindibili tra corruzione e potere, tra politica e magna magna delle multinazionali, un po' alla Grisham; la facilità di manipolare la mente umana, un po' alla Paul Veroheven. C'è lo spettacolo ma anche parecchia incoerenza nell'intreccio, e se cominci a farti domande va a finire che scuoti la testa. In più, l'amico con cui vado al cinema, e che la sa lunga, mi fa sapere con snobismo che tutto il film è basato su un modello frenologico, quello di Franz Joseph Gall, decisamente superato. Meryl Streep è Streepitosa, probabilmente l'unica in grado di dare un briciolo di credibilità al personaggio che, dal mio modestissimo punto di vista, rende poco credibile tutto il film.
Al Padiglione di Arte Contemporanea c'è Spazi Atti Fitting Spaces. 7 artisti italiani alle prese con la trasformazione dei luoghi. Dei 7 ne salvo due e vorrei ingabbiarne uno. Luca Pancrazzi ha duplicato le colonne in uno dei saloni del PAC e praticato una specie di taglio in queste nuove colonne, proprio all'altezza dello sguardo. All'interno di questa frattura ha inserito dei micropaesaggi: Tarragona, Rho, NY, Milano-Malpensa. I paesaggi sono composti con i materiali più svariati, anche circuiti di computer e lettere per la stampa a caratteri mobili. Questo spaccato ambientale viene ripreso lungo le dieci vetrate del PAC, interamente ricoperte di una pellicola semitrasparente. Sempre all'altezza del nostro sguardo sono state ritagliate delle strisce di visibilità verso l'esterno. Il gioco è quello del vedere ed essere visti, spiati dalle persone che affollano i giardini esterni. In "Monologue Patterns", invece, tale Loris Cecchini ha costruito delle roulotte di plexiglass dalle superfici irregolari, traforate o traslucide che, grazie a delle lampadine posizionate all'interno, "proiettano sulle pareti del PAC ombre fantastiche che danno origine a una morfologia inattesa dell'oggetto e contemporaneamente creano una deformazione fluttuante, continua e surreale dello spazio esterno". Così c'è scritto sul foglietto. A me hanno fatto pensare alla carrozza/zucca di Cenerentola, e mi son piaciute. Quello da ingabbiare è Patrick Tuttofuoco. Il genio (trentunenne) ha messo delle luci stroboscopiche sui tre grandi pini che ci sono fuori dal PAC. L'opera si chiama appunto "T(h)ree". Sentite qua: "Tre è il numero minimo entro cui è possibile innescare dinamiche di gruppo e proprio a tali relazioni rimanda l'artista... opera su un gruppo di tre alberi decorati con tante piccole luci stroboscopiche bianche che, pulsando, trasformano la percezione visiva degli alberi e testimoniano la presenza di un elemento nuovo nel paesaggio urbano notturno". Luci sui pini? Elemento NUOVO? Sotto Natale? A zappare, Tuttofuoco!
Sì, ho speso 10 euro per "Grazie Fratello! Come diventare famosi bivaccando cento giorni su un divano" di Tommaso Labranca e Dea Verna. Editore Kowalski. Sono quelli di Bor7 e tanto basta per convincermi a comprare il libro.
La fidanzata è quella di mio fratello. Finalmente me l'ha fatta conoscere. Mi piace. E' una ragazza seria.
Sulla copertina del Corriere della Sera Magazine di ieri, una bella foto b/n di Renée Zellweger. Titolo: “ELOGIO DELL’INSICUREZZA. Arriva il sequel della single più pasticciona del cinema. Ma la goffaggine è proprio un difetto? Le italiane rispondono“
Ecco, presi dall’articolo a pagina 10, alcuni fulgidi esempi di goffaggine e insicurezza:
Ilaria d’Amico, conduttrice TV: Sono single ma non cerco disperatamente un fidanzato. NE HO APPENA MOLLATO UNO, dopo 10 anni. Vivo UN MERAVIGLIOSO MOMENTO DI LUTTO.
Costanza Rizzocasa d’Orsogna, del Riformista: … riesco ad avere delle cadute di stile che persino NELLA MIA RUBRICA FUSTIGHEREI… una sera SONO FINITA A UNA FESTA DELL’AMBASCIATA AMERICANA…
Paola Jacobbi, di Vanity Fair: ALLA PRESENTAZIONE DEL MIO LIBRO (Voglio quelle scarpe, Sperling&Kupfer, ndr) sembravo una scolaretta… In quanto a goffaggine CI PENSANO LE SEDIE THONET A RICORDARMELA.
Elisabetta Sgarbi, capo della Bompiani: MOLTIPLICARE LE INADEGUATEZZE MI FA SENTIRE PIU’ VIVA.
Daria Bignardi, direttore di Io Donna: A PARIGI, ALLE SFILATE… visto che non posso competere, mi metto comoda e MI POSIZIONO SULL’INTELLETTUALE… LE PERSONE LUCIDE E INTELLIGENTI NON SI PIACCIONO.
Lidia di Giglio, pr di 31 anni: STANGONE E MODELLINE dal fisico perfetto SONO UNA GRANDE SPINTA. Per averle sotto tiro, DALLA PALESTRA DI CASALINGHE MI SONO TRASFERITA A UN’ALTRA FREQUENTATA DA MODELLE E SOUBRETTE.
Alessandra di Pietro, giornalista di punta: Mi sono avvicinata ALLO YOGA KUNDALINI. Ho imparato a respirare… Se DEVO ANDARE A UN CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE, telefono all’amica che ha più gusto… IL PRODIGIO DEL GIRO DI PERLE: QUANDO LAVORAVO IN PARLAMENTO, grazie alla collana, CAPELLI VIOLA E CHIODO PASSAVANO INOSSERVATI.
Bridget, se esisti davvero batti un colpo.